Sogni Australiani
Sogni Australiani
Australian Dreamtime Stories
Un libro meraviglioso per bambini, che racconta anche ai grandi alcune storie del “Tempo del Sogno”. Infatti se volessimo essere precisi la traduzione del titolo più appropriata sarebbe “Storie Australiane del Tempo del Sogno” che nulla vuole togliere alla magia contenuta in questo libro illustrato. Si sa che di fronte ad una traduzione spesso la scelta tra mantenersi fedele al testo originale e quella di cercare di far capire il significato non è sempre facile. In ogni caso considero questo libro pieno di magia e mi sa che non sono il solo. Nicole, mia nipote (5 anni), quando la vado a trovare vuole che glielo rilegga per l'ennesima volta. E dire che, tra le decine e decine di libri che ha, è curioso di come scelga ogni volta sempre e solo quello.
Un libro speciale che racconta appunto le storie del “Tempo del Sogno” dei Djabugay che vivono a Kuranda, nel nord del Queensland in Australia.
La lingua Djabugay rappresenta solo una delle circa 60 lingue indigene sopravissute in Australia. Esistevano più di 250 lingue indigene prima delle arrivo dei bianchi.
Delle oltre 250 lingue originarie parlate dagli Aborigeni prima della colonizzazione europea, solo un terzo è sopravissuta e molte altre stanno subendo l’estinzione. Fin dal 1987, diverse iniziative sono state attuate per aiutare a preservare la lingua parlata dai Djagubay in modo che i loro discendenti possano utilizzare questa lingua sia adesso che in futuro.
La lingua è una parte fondamentale della cultura e le storie tramandate di generazione in generazione nelle diverse culture hanno determinato chi siamo e come ci vediamo. Dalla nascita l’uomo inizia un processo di apprendimento di se stesso e del mondo circostante; da bambino il nostro mondo è molto piccolo. Gradualmente, nel processo di crescita, s’impara a conoscere non solo padre e madre ma anche fratelli, sorelle ed animali domestici. Il nostro mondo è centrato sulla famiglia. Il linguaggio prende forma lentamente ma naturalmente.
Passo dopo passo il mondo si allarga fino ad includere amici di famiglia, vicini ed amici di scuola. La consapevolezza che la nostra famiglia è solo una tra milioni di altre, richiede tempo per fissarsi nelle giovani menti. Per molti bambini è solo a scuola che si apre un nuovo capitolo della loro vita… la presa di coscienza che non ci sono solo altre famiglie ma famiglie con una cultura diversa dalla propria.
In Australia, essendo una nazione multiculturale, molti bambini comprendono fin dall’inizio della loro vita che esistono due culture perché i loro genitori hanno origini diverse o i loro vicini provengono da culture diverse; ma per molti bambini questo non succede finché non vanno a scuola.
Questo libro illustrato è scritto in tre lingue, che non vuol dire che è tradotto in tre lingue, bensì che troverete nello stesso le tre versioni di: italiano, inglese e djabugay. Raccontando storie per bambini in tre lingue si aprono porte ad altre culture nelle loro giovani menti molto prima di quello che avviene normalmente. Leggendo queste storie i bambini imparano altre lingue e culture. Imparando come gli altri vedono il mondo e loro stessi, spesso capiamo molto di noi stessi. Questo libro offre quest’opportunità ai bambini che parlano appunto italiano, inglese e djabugay.
«In ogni bambino è contenuto il futuro di tutto il mondo.
Questo bambino sarà il custode delle tradizioni del suo popolo e man mano che diverrà adulto avrà cura di consegnare questa memoria ai giovani perché a loro volta la conservino intatta per le generazioni future. Le tradizioni che si tramandano attraverso scritture, pitture, parole o semplici gesti sono la più importante eredità che ognuno di noi può ricevere dagli anziani, un patrimonio immenso nel quale è contenuta la storia di tutti, compresa la nostra.»
La leggenda dei Djagubay fa riferimento ad eventi successi migliaia di anni fa. Queste storie sono state tramandate di generazione in generazione, una tradizione orale che probabilmente rappresenta una delle più antiche al mondo.
I bambini del popolo dei Djabugay racconto tre di queste storie in questo libro. Questi bambini sono studenti del Kuranda Discrict College dove si divertono a studiare la lingua italiana. È anche per questo che il libro è stato scritto in queste tre lingue, per preservare la lingua Djagubay e condividere le loro leggende con le altre culture.
Buon Tempo del Sogno!
- Prezzo € 12,90
- Fiorino Fiorini
- Libro - Pagine 66
- Formato: 24,5x20,5
- Testi in italiano, inglese e in lingua Djabugay
- Anno: 2009
Ultimo aggiornamento (Sabato 28 Aprile 2012 14:58)
Scott Rotumah - Artista aborigenoScott Rotumah Bundjalung Clan / Islander
Ho conosciuto Scott e suo fratello Dean, nel meraviglioso viaggio in cui ho scritto La Baia della Luna. Io, Bebo e Paolo eravamo a Noosa Head quando siamo stati mandati da Margie Wegener, la moglie di Tom, al British Arm nella Gold Coast, che era un backbacker (specie di ostello) molto particolare. Richie, il fratello di Margie all’epoca lo gestiva e nel periodo che siamo rimasti ospiti da lui abbiamo avuto l’onore e il piacere di conoscerli. Dean mi ha dipinto una parte di una tavola da surf e mi ha aiutato e insegnato a dipingere l’altro lato con le loro tecniche di pittura aborigena. Inutile dire che quella tavola è diventata magica e mi ha protetto e concesso di cavalcare onde spettacolari. C’è proprio una parte del racconto dedicata a loro e alla storia della tavola dipinta.
Sopra - La tavola di Winki dipinta dall'esperta mano di Dean (fratello maggiore di Scott) Sotto - Dean e Scott in buona compagnia negli anni del British Arm (La Baia della Luna)
Negli anni siamo rimasti in contatto, ho visto Scott e Dean diverse volte. Dean l’ultima volta che sono stato dalle loro parti circa un anno fa era disperso J, mentre Scott che è tornato nel suo luogo di origine continua a dipingere e a insegnare le loro tecniche di pittura a chi è interessato. Nel suo contesto ha cercato e sta cercando di ricostruire una parte della sua storia e una parte dell’eredità del suo Popolo, che altrimenti andrebbe perduta. Ecco una parte della sua storia, per la restante mi ha autorizzato a lasciare i suoi contatti, che vogliate farvi fare un dipinto autentico a un prezzo più che modesto, senza intermediari, potete scrivervi; e se passate da quelle parti potete eventualmente andarlo a trovare per ritirarvi la vostra opera dopo averlo contattato. Mi ha scritto la sua ragazza da poco, ovvio che Scott e il computer sono due mondi molto distanti, dicendomi che da poco è partito il loro nuovo progetto e su prenotazione organizzano anche Aboriginal Tours nella loro zona. Oppure lo potete incontrare spesso al Byron Bay Market, che non mi ricordo quand’è ma se siete in zona potete informarvi. www.KagaruArt.com.au o scrivete a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Scott Rotumah così come i suoi antenati sono parte della Bundjalung Nation, che significa il luogo delle farfalle. Il Bundjalung Territory è un aerea molto estesa che comprende zone a cavallo tra gli stati attuali di Queensland e New South Wales (foto sopra). Ovviamente gli inglesi non hanno tenuto assolutamente conto delle aree geografiche e le suddivisioni tribali che avevano un loro equilibrio, ed è stato più facile dire che l’Australia era disabitata per poter fare i lori comodi, ma questa è un’altra storia e ve ne parlerò un'altra volta. Tornando a noi, Scott e la sua famiglia erano insediati in quella che ora viene denominata Tweed Region: una zona meravigliosa, e più di preciso a Fingal Heads (chiamata tradizionalmente Booningbabah “Il luogo dell’Echidna”), ed hanno abitato lì da così tanto tempo addietro che l’uomo possa ricordare. Scott è nato a Kempsey nel 1970, dove suo padre era stato assegnato a giocare nella Rugby Leauge professionale dell’area.
Fingal Heads al tramonto Si sono trasferiti nuovamente a Fingal Heads subito dopo la sua nascita. Crescendo sulla spiaggia, Scott si trova perfettamente a casa sulla terra ferma così come nell’Oceano, anche perché ho scoperto che gli antenati da parte di sua madre per esempio arrivato dalle Fiji. Scott è ha vinto due volte l’Indigenous Surf Campionship (il circuito di surf dedicato agli aborigeni australiani) nel 1996 e nel 1998, arrivando terzo nel 1997. Aprendo la strada per il riconoscimento dei surfisti indigeni.
Scott "qualche anno" fa a Kirra Point
Luke Egan e Layne Beachlay con le tavole dipinte da Scott
Turtle - Bingi
Bundjalung Scott è stato celebrato come artista indigeno aborigeno da oltre 14 anni. Il patrimonio naturale del tratto di costa in cui vive si riflette nella sua arte, dipingendo tutto quello che fa parte dell’ambiente del Bundjalung Country. Dalle meraviglie dell’Oceano alla maestosità delle montagne limitrofe, piene di colori vibranti e vita. La tribù dei Boonningbah, del Bundjalung Country, sono così fortunate da avere quello che la gente considerano essere gli animali tradizionali australiani come il canguro, l’echidna, il goanna (iguana australiano), i Koala, ecc che sono proprio tipici di questa parte di Australia. Assieme ad altri animali come ornitorinchi, balene, delfini, tartarughe marine, granchi e dugonghi. Questo concede agli artisti indigeni aborigeni di questo tratto di costa più varietà e contemporaneamente include ciò che rimane delle loro “storie” sui sacri luoghi di ritrovo dei loro antenati. Storie tramandate di generazione in generazione per oltre 40.000 anni e che sono state molto compromesse, rischiando di scomparire per sempre, dall’arrivo dell’uomo bianco.
Essendo gente costiera le loro opere d’arte hanno tradizionalmente colori più vivaci rispetto a quelle che generalmente ci si aspetta dall’arte aborigena. Hanno a disposizione ostriche e conchiglie che gli forniscono la base per un range di colori dagli ocra ai blu, ai rosa, viola e verdi che sono usati in mezzo ai tradizionali: nero, rosso, marrone e arancione.
Accanto a suoi fratelli, anch’essi artisti aborigeni, Scott considera se stesso un artista aborigeno contemporaneo nonostante l’utilizzo della tecnica tradizionale della pittura a puntini, soprattutto per lo stile dinamico e l’utilizzo anche di colori molto vivaci e risonanti. E in questo momento ama il fatto di poter tramandare le sue capacità e tecniche ai suoi figli, che lo continuano a stupirlo e lo ispirano ogni giorno. Vi auguro vivamente di poter avere una delle sue opere o di poterlo conoscere di persona, è una persona molto solare e con uno spiccato senso dell’umorismo, se lo contattate ditegli che vi mando io…
![]() Scott che autografa la mia copia pesonale de La Baia della Luna
Scott Rotumah 0424 733 354 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Leggi un articolo in inglese sulla sua nuova iniziativa dei Tour con guida aborigena: http://www.goldcoast.com.au/article/2012/02/11/389761_tweed-byron-news.html Ultimo aggiornamento (Domenica 01 Aprile 2012 21:46) The Wardandi Aboriginal Tour III parteThe Wardandi Aboriginal Tour in Italia
III parte
Ad aprire la serata di venerdì del DidjdinOz Fest è stato un personaggio unico e indescrivibile: Dubravko Lapaine, Croato, una tecnica che si allontana da quelle dei suonatori tradizionali per varcare la soglia di suoni che sembrano provenire da altre galassie. Ho avuto il piacere di incontrarlo e trascorrere qualche giorno insieme durante la partecipazione all’edizione invernale del Festival. Fiorino ci aveva alloggiato nello stesso agriturismo e ho intuito una personalità carismatica, ma allo stesso modo molto pacata ed equilibrata. Sul palco, nonostante sembri in meditazione yoga, esprime una potenza di suono e melodie mai sentite. Vi invito a cercarlo su youtube per capire di cosa sto parlando e guardare il video pubblicato sulla home del sito del festival www.didjinOz.com http://www.youtube.com/watch?v=7vuurF1xDgA
Il palco illuminato con una coreografia che andava oltre le mie aspettative e la piazza all’interno della Rocca gremita di gente hanno fatto da contorno a questo inizio serata che è proseguita con un’altra esibizione alquanto singolare: Zelim & Yshra. Un duo eccentrico, tribale e molto, molto, particolare. Entrambi francesi, lui suonatore di didjeridoo, virtuoso di strumenti etnici dal berimbao brasiliano, alla senza dello Zimbawe, al daf e al tambur iraniani; lei danzatrice del vento, perché dire del “ventre” sarebbe riduttivo, ho scoperto che la sua danza si chiama tribal fusion dance. Uno spettacolo multi-etnico di singolare bellezza e coinvolgimento.
È arrivato poi, finalmente, il momento tanto atteso… e i miei amici aborigeni si sono ritrovati sul palco per un momento che aspettavano da tanto. Vi posso assicurare che non vedevano l’ora di esibirsi. Ci provano davvero gusto e si divertono. Nonostante la loro serata clou fosse l’indomani ci siamo messi d’accordo con Fiorino e Jeremy (Cloake) per farli esibire appunto anche con quest’ultimo. Così nell’atmosfera magica della Rocca, il palco con lo sfondo nero e varie immagine tribali illuminate e colorate è cominciato uno spettacolo nello spettacolo. Jeremy prima da solo, poi accompagnato da Josh con Didj e poi da Bill, una volta canguro, una volta emú e poi dingo, e ancora aquila… poi anche Josh si è unito alla danza e una parte del pubblico si è alzata in piedi per ballare a sua volta. Una melodia e un ritmo ancestrale e irresistibile. La cosa più bella è che ogni volta è diverso con loro: non c’è un copione, non una scaletta, e più che improvvisazione direi che sono guidati dalla mano invisibile del Grande Spirito… se non ci credete avreste dovuto vederli dal vivo.
Solo la sera dopo - comunque - l’atmosfera che si è ricreata durante il loro spettacolo è stata qualcosa al di fuori dal tempo e dallo spazio. Questa volta, ahimé, non solo mi toccava fare da presentatore e interlocutore con Bill durante la presentazione della sua Gente, la sua tribù, ma sono stato prescelto senza possibilità di fuga per esibirmi con loro durante la danza cerimoniale della narrazione… non era la prima volta che Bill mi fregava così :) e me lo dovevo aspettare. Ho cercato invano di spiegargli che non potevo danzare e presentare nello stesso tempo, non avrei avuto il tempo materiale per cambiarmi. La sua soluzione qual è stata? Avrei presentato già vestito, o meglio svestito, per lo spettacolo. Non ci potevo credere. Ripeto: non mi hanno dato scelta. La cosa bella era che non ero emozionato, almeno non quel tipo di emozione che ti fa sentire goffo o fuori luogo. Era come se avessi partecipato alla danza migliaia di volte… e forse è così, forse l’occhio lungo di Bill, che “vede avanti e indietro nel tempo” sapeva che non avrei avuto problemi. Così ancora una volta senza aver provato neanche una volta è cominciato lo spettacolo. Non vi racconto come ero vestito, tanto lo vedrete dalle foto, ma vi assicuro che la cerimonia della pittura, quando ho avuto l’onore di ricevere i colori sacri è stata davvero toccante. Mi sentivo come un guerriero protetto a cui viene affidata una missione speciale, il mio timore iniziale di non essere all’altezza è svanito mentre Bill e Josh mi pitturavano. Poi una volta sul palco mi è sembrato tutto tremendamente naturale. Non ero sul palco ero in mezzo nel bush, la vegetazione tipica australiana, prima a caccia, poi a cucinare la cena, appena procurata, sul fuoco acceso con il metodo tradizionale, per poi dormirci accanto, mentre aspettavo ignaro lo Spirito del Tempo del Sogno che mi faceva visita per raccontarmi la storia della Creazione…
Abbiamo poi danzato, Josh ha suonato magistralmente per quaranta minuti buoni quasi senza interruzione, poi Bill alla fine del nostro spettacolo ha chiamato in scena cinque ragazzi e cinque ragazze e naturalmente io ero tra questi. Senza aver mai neanche mai visto lontanamente una danza tribale aborigena, Bill pretendeva, come suo solito, che tutti lo seguissero a ritmo di musica, incredibile alla fine non è venuta fiori neanche una cosa terribile. E se proprio non potete resistere alla curiosità al fondo della articolo trovere il link per il video :). ![]() ![]() ![]() ![]()
L’umorismo è stato comunque il filo conduttore della serata, poi sono stato invitato a presentare “La Baia della Luna” sul palco, anche qui tutto improvvisato con il gentile supporto di un presentatore d’eccezione: Marco Bartolini, presidente della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli.
Ha chiuso la serata lo spettacolo di Ganga Giri, uno dei più famosi e innovativi suonatori di didjeridoo australiani nel mondo. Il suo stile unisce l’innovazione tecnologica della musica elettronica con i suoni tradizionali, lo definirei un ricercatore del suono. Pensate che il giorno prima mi mostrava il video di uno dei suoi ultimi progetti musicali in cui suonava in una grotta di un monastero di Bali con cinquanta monaci che lo accompagnavano con gli strumenti più diversi. Una cosa incredibile. Il suo spettacolo e stato degno della sua fama, poi in chiusura ha chiamato sul palco Bill e Josh, che hanno continuato a danzare e suonare, e hanno coinvolto nuovamente il sottoscritto più tutti quelli che volevano salire sul palco a danzare. Il festival si è chiuso come una serata ad un party con tutta la gente che ballava. Bis dopo, bis, dopo bis… http://www.youtube.com/watch?v=2rBQfeS9mtA
Il giorno seguente Fiorino ci aveva organizzato un workshop sulla costruzione degli utensili tradizionali aborigeni dei Wardandi. Si sa che con Bill e Josh nulla è programmato, così il workshop si è esteso, vista la maggioranza di presenze femminili, alla storia e alla tecniche di danza cerimoniale… ci siamo ritrovati ancora una volta a danzare, questa volta su una della torrette della Rocca, sospesi nel cielo. «Ma quanto ballano questi aborigeni?» ho chiesto a Bill in tono un po’ scherzoso. Il mio compito durante il workshop era quello di fare emergere curiosità e informazioni per noi oramai scontate, ma molto interessanti per un pubblico nuovo. Ebbene Bill ha raccontato di queste ricorrenze un paio di volte all’anno in cui ballano alternandosi per quattro giorni e quattro notti: le chiamano gathering in inglese, se non erro, il nome aborigeno me lo sono scordato scusate. Ora si spiega da dove prenda queste energie… oltre da una fonte di energia alternativa :) (spirituale intendo). Le ragazze mi hanno chiesto quanti anni avesse Bill, e io ho tradotto la domanda per lui. Ogni volta che qualcuno gli chiede l’età lui risponde in modo diverso. Si dice che abbia un’età indefinita oltre i 65 anni, anche se ne dimostra non più di una cinquantina. Josh, intanto, oltre ad accompagnare il workshop con il didjeridoo e le percussioni, ci ha deliziato con qualche racconto sulla storia dello strumento di eucalyptus, la sua origine e alcune tecniche musicali. Poi ci ha raccontato le usanze del corteggiamento tra uomini e donne della loro tribù… Il workshop doveva durare un’ora e mezza ed è durato tre ore. Si è parlato della loro cultura, di sostenibilità ambientale, delle tecniche di costruzione degli utensili, della danza, della musica e un po’ di medicina antica. Le poche persone presenti all’incontro mi hanno ringraziato garantendomi che è stata una delle esperienze più toccanti e significative della loro vita. Lo è stato anche per me, un onore e un piacere fare da tramite e traduttore. Oramai diciamo che ci sono abituato e mi viene molto naturale, dato che quando sono in Australia porto spesso amici a visitare il Wardan Centre dove vivono e lavorano Bill e Josh. Il resto della giornata l’abbiamo passato all’agriturismo a rilassarci in compagnia degli altri ospiti del festival, Ganga Giri, Jeremy, Dubo (Lapaine Dubravko per gli amici) e alcuni degli altri che si sono fermati anche la domenica. Una giornata spettacolare come tutte le altre dall’inizio del viaggio d’altronde.
Guarda il video della Wardandi Courtship Dance Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 14:01) |
La Baia delle Luna & Sea Shepherd a Natale
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Ho conosciuto Sea Shepherd in Australia e seguo le loro campagne e iniziative da diversi anni. Quello che fanno in tutto il mondo è ammirevole e ho scoperto da qualche settimana che è nata da meno di un anno Sea Shepher Italia www.seasheperd.it, così ho deciso di sostenerli e aiutare Sea Shepherd a farsi conoscere nel nostro paese.
Perchè lo faccio? Amo il mare e tutte le sue creature, e penso che ognuno di noi abbia il dovere e l'onore di proteggerlo dall'inquinamento e dalla pesca di contrabbando. Poi sono legato in particolar modo ai delfini con cui ho la fortuna di divere le onde quasi un giorno si e uno no quando sono in Australia; per non parlare delle balene che sono considerate anche dagli aborigeni animali sacri.
Inoltre ritengo che i surfisti vivendo a così stretto contatto con l'Oceano possano avere un occhio di riguardo maggiore per il mare. Infatti leggende del surf come Kelly Slater, Dave Rastovich, Laird Hamilton e Jerry Lopez lo supportano da anni.
Ah, ovvio, non bisognerebbe salvaguardare solo il mare, ma da qualche parte bisogna cominciare, no?
Stimo e ammiro tutti quelli che fanno qualcosa per la natura, chi fa vedere ad altri che si può fare la differenza con poco, e chi s'impegna per salvaguardare la Madre Terra in ogni sua forma, in fondo non ci appartiene... siamo noi che le apparteniamo. Ultimo aggiornamento (Martedì 14 Dicembre 2010 20:02) The Wardandi Aboriginal Tour - I parteThe Wardandi Aboriginal Tour in Italia
Sono passati oramai diversi mesi e, come promesso, eccomi a scrivere del viaggio in compagnia di Bill Webb e Josh Whiteland attraverso un parte della nostra penisola. Lasciato l’aeroporto di Malpensa, abbiamo avuto giusto il tempo di ritirare nuove copie della “Baia della Luna” dal mio editore per poi ripartire alla volta di Piacenza dove ci aspettava l’auto che ci avrebbe accompagnati lungo la nostra avventura. Così in compagnia di Loredana, una cara amica nonché persona di forte spiritualità, ci siamo diretti verso sud scappando dalle tenaglie del traffico milanese. Loredana si era già offerta di accompagnarmi all’aeroporto per due motivi: il primo perché non mi avevano consegnato la macchina (solo grazie al supporto di Roberto e Cristina della Renault abbiamo poi trovato la soluzione di Piacenza). Il secondo - e più importante - era che ci teneva ad accogliere e incontrare Bill personalmente. Da qualche anno erano infatti in contatto “telepatico” ed epistolare. Devo precisare che spesso ricevo messaggi o lettere da Loredana in una lingua che dovrei conoscere, trattandosi dell’italiano, ma che a volte faccio fatica a tradurre per via dei contenuti non sempre decifrabili e di discorsi che vanno oltre la mia comprensione. In poche parole Loredana è legata affettivamente e spiritualmente ai Nativi Americani ed era entrata in contatto con Bill che rappresenta invece i Nativi Aborigeni Australiani del Sud Ovest. Non è la prima volta che mi imbatto in relazioni ancestrali tra questi due popoli apparentemente molto distanti ma spiritualmente molto vicini, con una visione molto simile della Madre Terra. E se volete saperne di più Harvey Arden in “Custodi del Sogno” (trovate la recensione nella sezione “libri consigliati”) narra della sua esperienza in Australia alla ricerca appunto di tali similitudini. Il nostro viaggio è quindi cominciato con questo incontro singolare. Loredana che non parla una parola di inglese e Bill che non ne parla una di italiano hanno cominciato a comunicare tra di loro anche quando io, per varie ragioni pratiche, non potevo fare da traduttore. In compagnia di Loredana abbiamo raggiunto Piacenza per ritirare la nuova Renault Mégane SporTour SW che ci aspettava. Quando Roberto di Renault Italia si era detto interessato al progetto, assicurando che ci avrebbe supportato mettendoci a disposizione un mezzo, l’idea era quella di utilizzare un veicolo a basso impatto ambientale (www.renault-ze.com/home-752.html) giusto per restare coerenti con presupposto del nostro viaggio: promuovere l’incontro tra due differenti culture ma anche parlare di natura, ecologia e sostenibilità ambientale. Aspetti che, tra l’altro, sono davvero parte integrante della cultura e dello stile di vita dei miei due amici aborigeni. Infatti Bill, oltre essere il leader della tribù dei Wardandi del South West Australia, dirige il Wardan Center, un centro culturale aborigeno dove lavora anche Josh e dove svolgono varie attività. Oltre ad ospitare un museo sulla storia e sulla cultura aborigena del Sud Ovest, nel centro vengono organizzati incontri rivolti alle scuole o ai turisti per parlare di cultura aborigena e storia. Un modo per far conoscere le tradizioni, la spiritualità e gli usi dei Wardandi che hanno come filo comune il rispetto per la natura e la capacità di vivere in simbiosi con essa - cosa che loro fanno da più di 40 mila anni. L’intento del centro, e quindi degli eredi della tribù Wardan, è di tramandare questa conoscenza alle generazioni future - bianche o aborigene che siano - per il bene del pianeta e delle persone stesse. ![]() In questi anni trascorsi in Australia, in loro compagnia e alla ricerca delle verità su queste tribù, mi sono reso conto che si sa ben poco degli aborigeni e di quello che rappresentano. Oltre ad essere persone come noi, quindi comuni con i loro pregi e difetti, sono custodi di una conoscenza in tema di sostenibilità ambientale che può diventare esempio per cercare di migliorare lo stile di vita cambiando la nostra visione da uomini “padroni” della Terra a quella di uomini suoi figli. Perché solo imparando ad accudirla e a raccoglierne i frutti seguendo le sue stagioni, capendone ritmi e segreti, si può trasformare la “nostra” società consumistica in società sostenibile. Sono convinto che il popolo aborigeno, come molti altri nativi del globo, sia in grado di sensibilizzare e farci riflettere sull’argomento. Certo, non voglio dire che bisognerebbe tornare a vivere tutti allo stato brado, ma integrare culture diverse, rispettarsi a vicenda senza per forza soggiogare chi viene ritenuto “inferiore” quando forse è giunto il momento di guardarsi dentro, e attuare una grossa presa di coscienza aumentando la Consapevolezza per il nostro bene, quello delle generazioni future e quindi del Pianeta.
Questa “piccola” parentesi era giusto per chiarire che mi trovavo a viaggiare con due “personaggi” non comuni. Oltre a questa “immane” conoscenza e questo peso di poter fare qualcosa per il futuro, i miei due amici portano con sé una discreta dose di senso dell’umorismo. Da Piacenza, dopo aver salutato Loredana con la promessa di rivederla pochi giorni più tardi al DidjinOz festival a Forlimpopoli, ci siamo diretti con il nostro nuovo mezzo verso una destinazione inaspettata: la valle del Trebbia. A consigliarcelo era stato Giappa del FreeLife di Fidenza. Al telefono gli avevo fatto presente la nostra esigenza di trovare un posto in mezzo alla natura dove ristorarci e rigenerarci prima dell’incontro a cena con lui e i suoi amici quella sera. Avevamo già accusato i sintomi della città: traffico, inquinamento, rumore, e avevamo bisogno di tranquillità, silenzi e natura. Quello che abbiamo trovato era ben oltre le loro aspettative e - sinceramente -anche le mie. A bordo della Mégane Eco Diesel a basso consumo (alla fine ci era stata assegnata questa), nonostante l’equipaggio fosse solitamente abituato a spostarsi in Australia seguendo il proprio istinto e i segnali della natura, in questo caso ci siamo fatti aiutare da un navigatore satellitare che - se devo essere sincero - ci ha davvero semplificato la vita. La prima sosta l’abbiamo fatta dopo qualche decina di chilometri risalendo il fiume Trebbia. Abbiamo seguito una strada sterrata (qui il navigatore lo abbiamo spento) e, attraversando campi e zone alberate, abbiamo raggiunto la sponda del fiume. Prima di qualsiasi considerazione ci siamo tuffati nell’acqua fresca e verde chiara. Tutta la calura, tutte le ore passate alla guida, il traffico e la confusione si sono disciolti nell’acqua assieme ai nostri pensieri… Siamo rimasti un bel po’ a mollo, poi Bill è andato in esplorazione lungo il fiume e Josh è rimasto in contemplazione sopra un masso. Io sono restato a mollo facendomi trasportare dalla leggera corrente: mi faceva davvero strano nuotare nell’acqua dolce e la sensazione che mi produceva sulla labbra e nel naso abituato a sguazzare di solito nell’acqua salata. Un posto davvero bello con una spiaggia di sassi e sabbia di fiume (per forza, eravamo al fiume!), con solo un altro paio di ospiti oltre noi. Ci siamo sentiti fortunati. E dopo aver raccolto alcune pietre e legni, Bill ha iniziato a narrarmi una parte della storia del posto come se l’avesse studiata da bambino. Incredibile! Devo dire che la sosta è stata provvidenziale, sia per rigenerarci che per sopperire ai materiali che avrebbero dovuto utilizzare domenica al workshop sugli strumenti tradizionali aborigeni. L’attrezzatura gli era stata confiscata prima della partenza a Perth, alla dogana, per via delle famose limitazioni australiane…. Niente paura: Bill e Josh come due segugi in un quarto d’ora hanno trovato tutto il necessario in materiali molto simili dall’altra parte del globo. Una volta asciugati al sole, siamo risaliti in macchina per continuare la nostra esplorazione oltre Bobbio… Siamo poi entrati in un’altra vallata. Alla guida osservavo Bill e Josh incantati e rapiti dal paesaggio: forse era una visione un po’ diversa del loro immaginario di Italia e sicuramente lontana da quella del loro arrivo e delle prime centinaia di chilometri percorse in autostrada. Di nuovo abbiamo abbandonato l’auto al bordo della strada per scendere lungo un sentiero e raggiungere un corso d’acqua che avevamo scorto dall’alto. Io e Bill a piedi scalzi, Josh con le infradito (lui è un po’ meno aborigeno di noi, lo prendo in giro), abbiamo trovato la strada verso il letto del fiume. Qui ci si è aperta la visione su un angolo di Paradiso. Sembrava di essere scesi dentro un fiordo. Il letto del fiume, per tre quarti in secca, ospitava comunque un torrente che, nel punto esatto in cui ci trovavamo, esprimeva la sua bellezza e potenza in una rapida dopo aver rallentato la sua corsa e immagazzinato forza in una specie di diga naturale. L’acqua verde-turchese, cristallina, le pareti a strapiombo in cui serpeggiava il corso d’acqua, il manto verde dei boschi che ci circondavano e adornavo i monti: la tentazione era troppo forte e ci siamo tuffati per un altro bagno. Questa volta giocando con la piccola rapida: mi tuffavo facendomi sputare qualche decina di metri più in basso. Josh se la rideva. Bill raccoglieva pietre dal letto in secca e le osservava. Siamo rimasti lì in meditazione e ci siamo scordati del tempo.
Eravamo attesi a Fidenza per la cena, così abbiamo ripreso la via del ritorno facendo sosta in un piccolo borgo antico qualche decina di chilometri prima di Bobbio.
La cena con il Giappa e gli amici di Fidenza alla trattoria di Maurizio di Santa Margherita per me è oramai un must. Ci andiamo tutte le volte che mi ritrovo a passare di là. I miei due amici australiani, svariate volte hanno fatto apprezzamenti sul cibo, la compagnia e naturalmente il buon vino della casa. Ci hanno fatto ridere dicendo che pensavano fosse un banchetto di un matrimonio più che una normale cena. E non c’è niente di meglio della compagnia di buoni amici per finire il primo giorno “dall’altra parte del mondo”, per loro; e per me - che non so più qual è “l’altra parte” - nel mio ruolo di accompagnatore, guida, interprete ma soprattutto amico ;)… che cena ragazzi! Continua… Ultimo aggiornamento (Lunedì 29 Novembre 2010 19:45) |




























































