Oggi voglio parlarvi di un libro che mi è piaciuto dalla prima pagina all’ultima: Il canto della sciamana di Corine Sombrun.

Canto_Sciamana

 

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Strano. Davvero strano. Avevo proprio l’impressione di aver cominciato a leggere questo libro un paio di anni fa e di averlo mollato perché non mi prendesse. Me l’aveva regalato una cara amica, eppure avevo questa impressione.

Mi sbagliavo. Eccome se mi sbagliavo. Il canto della sciamana non solo mi è piaciuto davvero tanto, ma mi ha anche fatto fare un viaggio nel viaggio. Dire che di solito è quello che i lettori che mi seguono dicono dei miei libri.

Corine perde la persona più cara e il mondo intero sembra non avere più alcun significato per lei. Tra le antiche culture della Terra e nelle tradizioni sciamaniche si dice che a volte l’anima abbia bisogno di avvenimenti davvero forti come la perdita di un persona vicina e una “grave” malattia per risvegliarsi e cominciare il percorso di risveglio e comprensione della propria vera natura.

Lei a Parigi faceva la compositrice e la musica l’ha guidata per tutta la vita. Forse è proprio lei che le canta la strada da percorrere. Alla ricerca del suono credendo di fuggire al dolore insopportabile della perdita subita decide di lasciare tutto, i concerti, gli amici e la vita mondana per andare in Amazzonia. E se nulla avviene per puro caso, sarà proprio l’invito di Francisco incontrato a una mostra d’arte a Parigi a fare scattare la molla. Corine non poteva certo immaginare che dietro la pacata e solare figura d’artista peruviano, si celava in realtà un curandero.

Il viaggio nel cuore della giungla, tra antichi metodi di guarigione e riti di purificazione, diventa un viaggio verso il cuore. Nonostante l’esperienza intensa, mentre scopre il canto di cui è alla ricerca, Corine sente che quello è solo l’inizio di un nuovo viaggio. Incredibilmente durante una trance riceve un suono che apparentemente non ha a che fare con la cultura sciamanica andina. Quel suono arriva dalle steppe siberiane è il canto di un’antica stirpe di sciamani e sciamane della Mongolia.

A Corine non resta che arrendersi e proprio quel canto con una serie di circostanze bizzarre quasi inverosimili la conducono al focolare di Enkhetuya. La sciamana che la guiderà nel suo nuovo apprendistato. Nuovo si fa per dire, perché le tradizione sciamaniche di quelle terre sono appartenente antiche come l’uomo.

Corine racconta la sua avventura. Parla dei suoi dubbi di donna occidentale. Si chiede spesso perché proprio lei. Poi si guarda con ironia, con stupore e nuova sapienza che sembra affiorare ad ogni istante. Condivide con questa storia vera e reale, come sia possibile anche quando tutto sempre perduto ritrovare in noi stessi il coraggio di vivere ogni singolo istante, di riscrivere il nostro destino e accedere con semplicità a quello che solitamente riteniamo inconoscibile. In modo da poter raggiungere l’armonia perfetta tra noi stessi e l’Universo. Ritrovando quell’amore che va oltre la morte e ci permette di rinascere.

 

Perù. Foresta amazzonica.

“Mi sveglio alle cinque del mattino, quando Francisco arriva con la porzione di sacharunacaspi. È amarissima, anche se il sapore è meno sgradevole di quello dell’ayahuasca. Come sempre, non devo vedere nessuno, né mangiare fino a mezzogiorno. Registro con molta fatica, anche se ho l’impressione di fare qualche progresso. Scopro di provare un vero piacere nel raccontare, come se, piano piano, la paura di non essere all’altezza, di essere giudicata un’incapace, avesse lasciato il posto alla voglia e al piacere di registrare. Era proprio la paura del giudizio altrui che all’inizio del viaggio mi rendeva tanto penoso parlare al microfono. Perché non ho più paura? Forse l’ho vomitata: ho vomitato la paura di essere me stessa.

  O forse la gioia di avere avuto l’ardimento di seguirti in quello spazio chiamato morte, appena un po’ lontano dalla vita, e che fino ad allora mi terrorizzava. Tu mi ci hai portato, tu me l’hai fatto toccare, vi ho trovato e accarezzato la tua luce. E tu mi hai offerto in dono la vita, facendomi capire che non aver più paura della morte significa aver finalmente il coraggio di vivere…”

  “Il mio contatto con lui è singolare, forse a causa dello sguardo e del naso aquilino in un viso androgino e dolce, su cui la luce ha tatuato soltanto una ruga verticale tra gli occhi. Forse quello sguardo non vede l’apparenza, rende trasparenti… Raggiungiamo una piccola terrazza, davanti alla casa. A destra e a sinistra due amache di tela rosa pallido. José ci invita a sederci. Mi appoggio sul bordo dell’amaca di destra, Francisco e lui si siedono su una panca appoggiata al muro della casa.

  Don José Coral è un potente sciamano, in contatto con il mondo degli spiriti acquatici. E parla la loro lingua! Ci parla in quella lingua, ci racconterà quello che vede laggiù. Mi prende una smania isterica da groupie…

  Microfono al suo posto. Top partenza. Don José comincia a pronunciare le parole degli spiriti acquatici. È laggiù. Parla con lo spirito della moglie morta, divenuta uno spirito acquatico, un’anaconda, una sirena. Gli predice che vivrà ancora per cinque anni. Don José ride, se ne frega. La vita, la morte: due tappe di una strada la cui destinazione è l’istante. Domando: è l’istante che sta tra i due pensieri? Francisco mi fa segno di tacere. Don José non risponde: è in viaggio. Ha trovato il passaggio.”

 

Mongolia. Steppe siberiane.

“Qualcosa mi spinge a camminare. Devo salire lassù, in cima a quella montagna. Non so perché, o almeno non lo so ancora. Muovendo le mani a ritmo, cammino. Passa sulla mia testa una nuvola di pizzo che lascia cadere alcuni chicchi di grandine. Ho l’impressione che cadano soltanto sulla mia testa. Dappertutto altrove splende il sole. Sorrido, e salgo. E salgo. Senza riuscire a fermarmi. Anzi, mi sento spingere in avanti con forza. Come se tu avessi fretta di mostrarmi qualcosa, qualcosa di importante. La vetta si avvicina. Soffio e soffro. E rido di quello che mi sta succedendo. Io, che detesto camminare, oggi lentamente volo. Ora la cima è vicinissima. Arrivare è come aprire un regalo: via il nastro, via la carta. Eccolo, ci sono. E vedo. La bellezza. E sento. Un enorme singhiozzo sale dal più profondo di me stessa. Come un ricordo di te. Mi sento mancare il respiro, e ho il cuore in gola, davanti al lago che mi guarda. Immenso occhio azzurro dalle mille profondità, la cui bellezza mi fa singhiozzare di gioia. Mi fa gridare il tuo nome,, in ginocchio. Grazie di farmi vivere questo momento, di farmi rivivere la tua immagine, di fronte a questo sole che mi brucia dall’interno. Tra la terra e il cielo ti ritrovo,, ti vedo. Qui, davanti a me, come nella steppa.”

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