Xavier Rudd e Winki a Milano

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Con immenso piacere ci tengo a farvi sapere che presenterò il nuovo libro No Destination poco prima del concerto di Xavier Rudd giovedì 27 giugno al Circolo Magnolia (MI) intorno alle ore 20.00.

Poi apriranno la serata musicale Yeshe e Jack Jaselli.

Penso che di Xavier Rudd ne sentirete parlare, sì perché oltre a essere un discreto surfista, è un talento musicale. Canta e suona contemporaneamente chitarra acustica (che alterna con una slide), percussioni, didjeridoo e ogni tanto armonica a bocca, tutto da solo. Si avete capito bene: è un one man band. La sua musica che, è piena di charme e poesia, ma anche di ritmi spumeggianti e travolgenti, parla di rispetto per le proprie radici, di non violenza, di attenzione verso l’ambiente; e soprattutto non perde mai occasione di ricordare l’importante eredità culturale del popolo aborigeno. Le sue melodie trasmettono voglia di viaggiare, libertà e sacralità per la natura e sarà per questo che lui è entrato a far parte della colonna sonora dei miei viaggi australiani.

Pubblico qui di sotto un parte di un articolo che ho scritto qualche anno fa prima di incontrarlo di persona… Una sera forse un anno dopo l’inizio della storia mi sono ritrovato seduto sotto una quercia alla fine del suo concerto a chiacchierare come vecchi amici e gli ho chiesto: «Xavier ti piacerebbe inserire un messaggio per la gente nel mio prossimo libro La Baia della Luna?» era se non sbaglio il 2007 e La Baia della Luna doveva ancora essere pubblicato (luglio 2008 prima edizione, poi le successive). Allora lui nella pace e nel silenzio della notte, nello spazio all’aperto del locale che aveva ospitato il suo concerto, a notte inoltrata, quando tutti era andati a dormire, e poco prima che salisse sul bus del tour che l’avrebbe portato verso il nord d’Italia e poi nel resto d’Europa, e prima che io mi recassi all’aeroporto per tornare in Sardegna a lavorare su una barca a vela… mi ha sussurrato queste parole:

 «So now come sit down
Will you talk with me now
Let me see through your eyes
Where there is so much light
We are biding our time
For these myths to unwind
For these changes we will confront

So please beware
With every place that you had
Look to your soul
For these things that you know
For the trees that we see
Can not forever breathe
With the changes they will confront

You know some people they just won’t understand
no I just won’t understand
These things
Thank you for your message but I don’t understand
no I just won’t understand
These things

For this sacred land
It has seen many hands
It has wealth and gold
Yet it is fragile and old
And all the greedy souls
Just don’t care to know
Of the changes it will confront

So speak out loud
Of the things you are proud
And if you love this coast
Then keep it clean as it hopes
‘Cause the way that it shines
May just dwindle with time
With the changes it will confront

So hold nice and close
Once you get to your soul
So that when it is cold
You won’t feel so alone
‘Cause the roads that you take
May just crack and break
With the changes you will confront

With each gift that you share
You may heal and repair
With each choice you make
You may help someone’s day
Well I know you are strong
May your journey be long
And now I wish you the best of luck».

Ho scoperto dopo qualche anno anche se forse lo era già ma che sarebbe diventata il testo di una canzone del suo successivo album (successivo all’incontro intendo) Food in the belly.

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Come ho conosciuto Xavier?

Il 14 dicembre di “qualche” annetto fa (penso fosse il 2006) sono andato a vedere per la prima volta dal vivo Xavier a Margaret River in West Australia. Avevo contattato gli organizzatori del concerto e la sua etichetta discografica per vedere se potevo incontrarlo, mi sarebbe piaciuto scrivere un articolo su di lui. Dopo mille sbattimenti alla fine sembrava che ci fosse qualche possibilità perché accadesse. La sera prima ero al Funk Club di Perth al concerto dei miei amici Veeva Feeva per fargli qualche foto e vederli per l’ennesima volta. Una serata incredibile anche se sconosciuti in Italia e conosciuti soprattutto nel Sud Ovest Australia, loro sono spettacolari e coinvolgenti come sempre.

Dopo cinque ore di macchina con la mia nuova amica Milia, sono passato da casa a ricaricare le batterie per la macchina fotografica e sono andato alla Xanadu Winery dove avrebbero suonato in ordine Carus, Lior e Xavier Rudd, l’evento clou della serata.

Il concerto si sarebbe tenuto nel prato adiacente la winery che per l’occasione era stato recintato. Un grande palco dominava sul lato più lontano all’entrata.

All’ingresso mi sono presentato e ho spiegato perché ero lì. A parte il piacere di vedere il concerto il mio obiettivo primario era quello di poterlo conoscere Xavier e farci due chiacchiere. A quanto pareva però non avevano ricevuto l’autorizzazione dalla label per l’intervista. Mi sembrava assurdo avere ottenuto l’ok al telefono e non poterlo incontrare per via di un’e-mail non pervenuta, avevo una sola possibilità provare ad avvicinarlo e parlarci di persona. La gentile e professionale responsabile delle sicurezza mi ha concesso l’ingresso a patto che non scattassi foto. Era come dirmi di entrare in acqua con onde meravigliose e chiedermi di non prenderne nemmeno una. «Si certo!».

Ho comunque dovuto accettare a malincuore. Dovevo riuscire a incontrarlo.

Mi sono goduto il concerto di Carus, che già conoscevo musicalmente, e dopo l’esibizione sono andato a complimentarmi. Si è stupito che un italiano potesse conoscerlo, in effetti ho scoperto la sua musica in Australia. Lior è stata la mia rivelazione della sera, incredibile talento anche lui, ma di Xavier neanche l’ombra.

Il concerto è iniziato in ritardo e io mi sono piazzato in prima fila davanti le transenne, anzi schiacciato contro dalle migliaia di persone, alle mie spalle e ai lati, che si sono scatenati tutta la durata della sua performance. Il concerto è stato bello anche se io purtroppo ero talmente stanco (giuro) da non riuscire a reggermi in piedi. Una ragazza accanto a me mi ha stressato tutta la sera perché non mi divertivo secondo lei. Aveva ragione ma non ci potevo fare niente. Avevo resistito tutte quelle ore ma l’unico modo per stare in piedi era rimanere attaccato alle transenne. Era la prima volta che vedevo Xavier dal vivo e mi ha da subito impressionato per la sua unicità. Non sapevo ancora che fosse un “one man band”! Prima che lui entrasse si intuiva un gruppo di strumenti coperti da una grande bandiera aborigena, un’altra sul palco alle spalle della postazione, ma non era così chiaro non avendolo mai visto dal vivo che tutta quella “roba” fosse per un solo uomo.

Poi dopo una mezzora di acclamazione, fischi e incitazioni è finalmente uscito e ha iniziato a scatenare la sua energia. Batteria, chitarra, tre didjeridoo, armonica e una voce che ti arriva dritta al cuore. Per non parlare di altri strumenti, come le percussioni che suonava con i piedi e altri difficili da individuare in quella implosione di ferraglia e legno. Ogni tanto gli passavano un’altra chitarra, qualche volta la “slide guitar” che alternava a seconda dei pezzi i suoi tre didj piazzati su un supporto singolare davanti a lui.

La ragazza la mio fianco mi incitava ancora a ballare ma io non ero proprio in grado, poi mi chiedeva perché non mi stavo divertendo, non ridevo. Le ho risposto la verità ero troppo stanco ma che dentro stavo gioendo.

I flash luccicavano in continuazione e alla fine mi sono detto che se scattavano tutti perché non potevo farlo io?! Per una stupida e-mail che non era arrivata. Ovvio che se mi beccavano mi avrebbero preso l’attrezzatura ma potevo rischiare, anche perché poi se non mi avessero autorizzato non avrei comunque usato le foto. Quanta formalità troppo spesso, ma il mio era un buon intento e quindi mi sono auto-autorizzato.

Il concerto è stato grandioso, il suo sound unico la sua voce e le sue parole profonde. Ha parlato del popolo aborigeno e accennato a un problema ambientale imminente le costruzione di un acquedotto che avrebbe prosciugato la falda acquifera dello Yaragadee, di vitale importanza per la fauna e la flora dell’aerea di Margaret River e di tutta la penisola. Il rischio che si correva era erosione del suolo e un possibile collasso della terra nel giro di 60-70 anni. C’era una petizione in corso e una causa ambientale che coinvolgeva tutti i cittadini. Dopo mesi di battaglie sono riusciti a convincere il governo che i danni all’ambiente e alla popolazione sarebbero stati immensamente maggiori dei benefici di alcune decine di azionisti che avrebbe pompato l’acqua fino a Perth in un’impresa monumentale. La scusa era quella di apportare acqua alla città, ma in realtà quell’acqua preziosa sarebbe stata usata per i sistemi di raffreddamento delle industrie minerarie e siderurgiche che dominano l’economia del Paese. Un Paese che è di tutti e non di chi lo sfrutta e basta, è di chi lo ama. Il suo popolo originario, è stato ghettizzato e arginato, per far sì che non potesse opporsi alle mire economico-finanziare dei “conquistatori”. Quello che molti non accettato e che non vogliono capire è che la Terra non appartiene agli aborigeni ma sono loro che appartengono alla Terra. Per questo e per il loro legame con essa, per il loro modo di vivere e rispettarla, vorrebbero continuare a proteggerla. Non per strapparla all’uomo bianco ma per evitare che egli la distrugga e poi la abbandoni come spesso è accaduto e accade ancora.

Per tornare al concerto, quando ho deciso di tornare a casa ero in condizioni pietose, anche troppo stanco per stabilire un contatto con Xavier. Non so cosa sia successo alle mie gambe ma negli ultimi giorni gli ho chiesto troppo, stanco e un po’ sconsolato sono tornato a casa consapevole dell’opportunità che mi era sfuggita, incontrarlo a Margaret River. Sarebbe stato un bel binomio, intendo vederlo nel luogo australiano dove mi sento a casa, ma come sostengo sempre: tutto ha un senso, solo che ancora non lo sapevo quale potesse essere in quel caso…

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FINE PRIMA PARTE

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